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Cosa leggo nel DNA - dalla patologia alla nutrigenomica

Daniele Tedeschi 1476 Epigenetica

Come siamo fatti e come interagiamo con l’ambiente in cui viviamo e con i nutrienti che assumiamo

Che l’essere vivente sia in generale “ciò che mangia” lo abbiamo imparato fino alla nausea (il che ci sta come una indigestione di informazioni “pesanti o poco appetibili ancora per molti”), ma cosa significhi esattamente e come in realtà il nutrirsi ed il rapportarsi con l’ambiente in cui è immerso condizioni la qualità della vita forse non è sempre chiaro ai più.

L’informazione che spesso manca è il perché e il come una certa molecola, un nutraceutico o un alimento, possa influenzare, nel bene o nel male, la nostra quotidianità, il nostro benessere ed in generale la nostra vita. L’informazione corretta che va fatta passare è innanzitutto che “noi siamo la rappresentazione del nostro genobioma”. Detto così sembra complicato, vediamo di fare chiarezza sul chi siamo: il genobioma è l’insieme dato dal patrimonio genetico umano (DNA nucleare e DNA mitocondriale) e di quello dei microrganismi che con noi vivono in simbiosi nel nostro corpo (ne è un esempio il microbiota intestinale, piuttosto che quello cutaneo, etc).

Ma cos'è e cosa fa il “patrimonio genetico”?

Il DNA di ciascun essere vivente è formato da sequenze nucleotidiche in codice chiamate “geni” che producono proteine (tecnicamente: “il DNA codifica proteine”) che, attraverso complicate vie metaboliche, ci “rappresentano” (centomila reazioni al secondo in ogni cellula del nostro corpo la dicono lunga su quanto siano importanti “quelle proteine” e quindi i geni che le codificano): il colore degli occhi, le macchiette sulla pelle, la funzionalità del fegato o del cervello, un disagio metabolico, una malattia, una risposta immunitaria, qualche ormone o neurotrasmettitore che non va come dovrebbe andare e molto più.

Inoltre gli studi di epigenetica hanno aggiunto nuove informazioni:  la funzionalità stessa del DNA può essere compromessa ancor più epigeneticamente dal nostro rapporto con l’ambiente ed i nutrienti e non solo dalla mutazione genetica. Lo studio della sequenza del DNA e dei geni espressi, e quindi delle proteine codificate, significa conoscere se stessi e come interagiamo con il cibo e/o con le stesse integrazioni a cui sempre più spesso ci sottoponiamo per migliorare la qualità della vita.

Nutrigenomica è la parola chiave, ovvero come scegliere nutrienti e nutraceutici realmente correlati alle nostre esigenze funzionali, anzi genetiche ed epigenetiche. Lo studio dei polimorfismi nucleotidici singoli (Single Nucleotide Polymorphism o SNP), piccole variazioni del gene, dà oggi l’opportunità di prevenire più disagi e patologie, fino anche allo studio degli oncogeni. Per esempio una mutazione polimorfica del gene ACAT (acilCoA-colesterolo aciltransferasi) dovrà tra le altre cose prevedere una integrazione di Coenzima Q10 affinché sia dato supporto energetico altrimenti carente anche a causa della scarsa regolazione del ciclo del colesterolo, così come una mutazione polimorfica sul gene VDR (Vitamin D Receptor) avrà l’esigenza di un maggior controllo dei livelli di Vitamina D3 e della sua integrazione quotidiana.

Insomma siamo il nostro patrimonio genetico e grazie ad esso possiamo essere ciò che mangiamo e ciò che integriamo con maggiore consapevolezza. Il benessere, correlato alla nutrizione ed alla integrazione nutraceutica nel terzo millennio, ha un senso sempre meno “modale” e sempre più legato alla conoscenza di sé.

Dott. Daniele Tedeschi - Dott.ssa Marika Iabichella
Istituto SESP - Progetto Genobioma

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