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Tramonta la teoria del “DNA impazzito” come causa dei tumori

Dall’epigenetica nuove soluzioni per una prevenzione efficace

L’ambiente in cui viviamo condiziona in modo determinante tutta la nostra esistenza, più di quanto si possa immaginare. Per la salute del feto o del neonato, la massa di “informazioni” che arrivano dal contesto ambientale rappresentano un fattore determinante nel condizionare il benessere.

«Gli studi di epigenetica -dice il dottor Ernesto Burgio, pediatria che da anni si occupa di sviluppo sostenibile, bioetica e nuove biotecnologie genetiche- ci stanno dicendo che ciò che arriva al feto attraverso la madre, induce una “programmazione” che influenzerà i primi anni di vita e quelli successivi. I metalli pesanti, quindi il traffico veicolare, gli idrocarburi policromatici e benzene prodotti dal traffico, i pesticidi nelle catene alimentari, e forse anche campi elettromagnetici e radiazioni ionizzanti, stanno disturbando la programmazione epigenetica del bambino. E da questa condizione scaturiscono le malattie dell’infanzia che oggi sono sotto i nostri occhi, e che alcuni decenni fa erano assenti. Un bambino su seicento sviluppa una forma di cancro, e si tratta di tumori diversi da quelli degli adulti. Crescono i disturbi nel neurosviluppo, l’obesità, le leucemie e il diabete di tipo II. Il fenomeno - afferma il dottor Burgio- mette definitivamente in crisi il modello che identificava il tumore e altri problemi di salute come derivanti dal DNA impazzito. I sostanza si parlava di “incidente genetico” collegato a un accumulo di danno del DNA. Nel bambino questa teoria non trova spiegazioni, mentre tutto diventa spiegabile grazie all’epigenetica: il DNA è in sostanza un database molto simile per tutti noi. Ben diverso è il “software” del DNA. Quest’ultimo è influenzato dall’ambiente in cui viviamo ed è in continua trasformazione in relazione alle informazioni che riceve dall’esterno».

Lei quindi indica la necessità di un drastico cambiamento di paradigma, passando dalla genetica come spiegazione di alcune patologie, a un modello interpretativo basato sull’epigenetica?

«Si, non c’è dubbio. Fra un approccio e l’altro c’è un abisso. Gli studi di epigenetica, diventati sempre più numerosi dal 1997 a oggi, ci mostrano come nella prima fase della vita tanti agenti “epigenotossici” possano creare una situazione di instabilità genomica, sia a livello dei singoli tessuti che a livello sistemico. Un’instabilità progressiva può indurre delle modifiche genetiche, e quindi il tumore. In tutto questo, l’ambiente ha un ruolo fondamentale. E non ha nulla a che vedere con la stocastica, ovvero la casualità, la probabilità statistica che si generi un “incidente genetico” e quindi una malattia. In questi anni vediamo l’aumento di parti prematuri, si riscontra l’infiammazione della placenta in un numero crescente di donne, stanno aumentando le forme di ”intolleranza” fra madre e feto. Aria, acqua e cibo hanno una influenza importantissima »

Se tutto ciò oggi è noto ai ricercatori, si dovrebbe fare prevenzione in modo molto più efficace.

«Purtroppo -conclude il dottor Ernesto Burgio- non se ne parla abbastanza. Le cose stanno cambiando, ma non con sufficiente rapidità. Come prevenzione possiamo fare molto per favorire una presa di coscienza e cambiare il tipo di esposizione “materno –fetale” e la qualità della vita nei primi mille giorni del bimbo. Ci sarebbero dei grandi giovamenti. Teniamo conto che non c’è cambiamento del nostro fenotipo, ne fisiologico che patologico, che non sia indotto dall’ambiente».

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