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Integrati senza integralismi

Gino Santini 1435 Omeopatia

Non si sono ancora spenti gli echi di un dramma, quello di un bimbo di sette anni, che ci ha lasciato per le conseguenze di una banale otite. Banale, se non altro perché di facile diagnosi e altrettanto facilmente risolvibile con la semplice somministrazione di un antibiotico. Ma il medico che lo seguiva aveva deciso che il problema si poteva risolvere anche in altro modo. L’inchiesta giudiziaria in corso stabilirà le responsabilità, ma la vicenda offre numerosi spunti di discussione, nessuno dei quali purtroppo riuscirà a restituire pace e serenità ai gruppi familiari coinvolti in questo dramma.

I media, come spesso accade in questi casi, hanno fatto il loro lavoro e hanno descritto con dovizia di particolari la successione degli eventi, ma senza riuscire a fornire un quadro oggettivo e lasciando ampio spazio a giudizi tranciati con una superficialità complice della mancata conoscenza degli elementi in gioco. Il primo, forse il più importante: era giustificato l’utilizzo di un approccio omeopatico in una situazione come questa?

Cercando di farci spazio tra le torce e i forconi dei soliti scettici “duri e puri” risvegliati dall’imperdibile occasione di rivalsa, è evidente che qui molto probabilmente ha sbagliato un medico, qualunque fosse la sua area di specializzazione. Nello stesso arco temporale un chirurgo a Palermo perdeva un paziente nel corso di un’indagine laparoscopica esplorativa e ammetteva il suo errore, ma non per questo si è pensato di mettere al bando la chirurgia dagli ospedali, mentre in questo caso è stato automatico mettere sotto accusa l’omeopatia tutta e chi la pratica. E’ un errore frequente, non sappiamo quanto involontario, frutto della mancata conoscenza delle regole deontologiche che l’omeopatia possiede, confluendo al pari di altre metodiche complementari all’interno di un approccio meglio definibile di Medicina Integrata.

A dimostrazione di quanto detto, è sufficiente risalire con la memoria al 3 dicembre 2011. In quel giorno il Salone de’ Dugento del fiorentino Palazzo Vecchio ha visto la nascita di un Manifesto della Medicina Integrata che ha riunito concordi sul contenuto un numero molto elevato di rappresentanti di operatori sanitari: i medici della FNOMCeO e i farmacisti della FOFI, le Federazioni di Medicina Generale e la Società Italiana di Pediatria, l’Università di Siena, L’Ordine Nazionale dei Biologi e la Federazione di tutte le Società Medico-scientifiche italiane (cardiologi, neurologi, etc.), solo per citarne alcuni. Una serie di punti operativi, e quindi molto concreti, che sono stati presentati e verso i quali sono stati tutti concordi, soprattutto nell’affermare la centralità del paziente, al quale mai e per nessun motivo deve mancare la terapia più adatta per il suo problema clinico. E già questo chiuderebbe una gran parte delle polemiche gratuite che si sono dette e scritte in questi giorni. Una volta affermato, quindi, che anche l’omeopatia rientra nella cornice più ampia delle disponibilità terapeutiche messe a disposizione del medico, il passo successivo è quello di identificare l’area d’intervento che potrebbe essere oggetto di un approccio di questo tipo.

La medicina di oggi ha raggiunto livelli di eccellenza in ambito terapeutico per la gestione di un qualunque fatto acuto, ossia di una patologia che interrompe una funzione biologica e che necessariamente deve essere aiutata con un supporto farmacologico esterno; basta entrare in un qualunque Pronto Soccorso per toccare con mano il massimo grado di dimostrazione pratica di quanto stiamo dicendo. Questa situazione, assieme ai grandi progressi terapeutici della medicina moderna, ha sicuramente allungato la vita media, ma creando al contempo una distorsione importante relativa all’altro aspetto di salute che può presentare un paziente, quello più sfumato ma non per questo meno importante di una patologia cronica. La distorsione cui si fa riferimento consiste nella mancanza in ambito medico di un modello clinico in grado di spiegare (e conseguentemente trattare) le cronicità che rappresentano oggi e rappresenteranno ancora di più in futuro un enorme problema sanitario.

Per fare un esempio, limitarsi a considerare un paziente allergico come una sequenza di crisi di oculorinite intervallate da momenti di relativo benessere, pur se apparentemente risolutivo nel momento in cui gestisco il tutto con un antistaminico, se mi limito al trattamento acuto adotto una strategia doverosa ma limitativa e scarsamente utile ai fini della risoluzione del problema più generale perché il paziente sempre allergico rimane; in sintesi, se l’approccio di un trattamento convenzionale è assolutamente da prendere in considerazione durante il presentarsi di un peggioramento clinico acuto, in fase di remissione attualmente si presta a molte difformità di comportamento, che vanno dalla semplice osservazione dal paziente al mantenimento, spesso a livelli più bassi, della stessa terapia acuta. E’ in tale ambito che l’omeopatia, fin dai primi anni in cui è stata postulata come metodologia terapeutica, ha proposto un modello condivisibile che leggeva la cronicità come frutto di un incontro di un elemento innescante e un terreno predisposto ad ammalarsi; il problema, dicono gli scettici, è che il mezzo terapeutico proposto è talmente diluito da non contenere nulla.

Con questa semplice affermazione si chiudono, in genere, tutti i confronti con uno scettico medio di scarse vedute, buttando al macero tante altre considerazioni derivanti esclusivamente dalla mancata conoscenza approfondita dell’oggetto della propria critica. A nulla vale sottolineare come in omeopatia una grande parte di prescrizioni ruota su medicinali dove ancora sono presenti molecole, pur se in bassa concentrazione, oppure rimarcare che i vantaggi evidenti dei pazienti (soprattutto quelli cronici, che si ritrovano ad avere un minor numero di peggioramenti uniti ad una significativa diminuzione degli effetti collaterali quando sono in una terapia acuta) sono il vero motore che, nel caso di una mancanza di risultati, avrebbe causato la naturale estinzione di questa disciplina. Con “scettici” meno arroccati e più intelligenti a volte si riesce anche ad evidenziare qualche altro aspetto interessante, quale l’importanza dell’ascolto del paziente, la rivalutazione della sua storia clinica (che viene raccolta in maniera più utile e produttiva), la conoscenza del terreno costituzionale predisponente, la possibilità di effettuare una prevenzione vera e propria.

Va anche detto però che le inutili polemiche di questi giorni, con tutti i limiti di una monotonia di contenuto, in verità qualche risultato l’hanno raggiunto, rivelando ancora una volta la "mancanza di indumenti" di un governo scientifico rigido e impreparato. La medicina attuale vive dell’incapacità di superare una crisi di risultati che si sono fatti sempre più rari e incapaci di gestire problemi pratici: basti pensare ai grossi rischi in prospettiva del fenomeno dell’antibiotico-resistenza, tanto per fare un esempio. Lo stesso Decreto Legge sulle vaccinazioni obbligatorie, nel momento in cui verrà approvato, è figlio di una incapacità endemica di spiegare al vasto ed eterogeneo mondo dei pazienti vantaggi e svantaggi dei vacciniin modo obiettivo ed equilibrato, sostituendo ad una consapevolezza ragionevole la stessa diffidenza che avremmo di fronte ad un venditore di macchine usate che ci elenca solo le meravigliose qualità e non le inevitabili magagne di un’auto che ci vuole vendere!

Nulla di nuovo sotto il sole, quindi, se non il dramma di bimbo che è rimasto vittima inconsapevole di un meccanismo più grande di lui e che costituirà un peso enorme sulla coscienza di chi contribuisce ad alimentare un’assurda contrapposizione di vedute che, in una Medicina che ha a cuore la salute del paziente e non altro, non ha assolutamente motivo di esistere.

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