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Cambio drastico nella società: le nuove malattie degli anni Duemila

Valentina 613 PNEI

Medici e ricerca spingono per un nuovo modello di cure e tutela della salute

Marina Risi: «occorre considerare l’essere umano nella sua globalità»

Parliamo di salute. Dati alla mano, la sorpresa è enorme: le cause di mortalità degli inizi del ‘900 non arrivano a rappresentare l’1 per cento delle cause di decesso dell’Italia di oggi. Le ricerche ci dicono che la popolazione di allora non ha nulla a che fare con quella odierna. Evidentemente l’alimentazione, lo stile di vita, l’ambiente in cui si vive, il tipo di lavoro che si svolge hanno introdotto dei cambiamenti così profondi nel nostro organismo da modificare aspettative di vita e problemi. Davanti a queste constatazioni molti studiosi lanciano un messaggio chiaro: per tutelare la salute oggi, è necessario un cambiamento culturale, sia da parte della gente che da parte della classe medica.

«Oggi sappiamo che la questione “salute” -dice la dottoressa Marina Risi, specialista in Ostetricia e Ginecologia, Agopuntura e Medicina Integrata, Vice-presidente della Società Italiana di Psico Neuro Endocrino Immunologia- deve essere affrontata tenendo presente una visione globale dell’essere umano. La ricerca è pronta. Ma occorre che il cambiamento di paradigma sia accettato in modo più diffuso. Occorre fare un vero salto culturale».

Ci sono delle resistenze ad accettare un approccio olistico?

«Il modello olistico -dice la dottoressa Risi- viene spesso confuso con un’idea di “medicina alternativa”. Noi invece proponiamo un modello totalmente scientifico e rigoroso. Le resistenze culturali derivano dal fatto che per anni ci è stata proposta una certa idea di salute, malattia, corpo, morte e nascita, derivante da un modello meccanicistico. Un modello che ha portato grandi benefici, che nasce con Pasteur, con la lotta al batterio, con una sorta di “caccia al colpevole”. Sia come utenti che come medici siamo stati formati, quasi forgiati, immaginando la “pallottola magica”: trovo la causa della malattia e sparo. La faccio fuori, elimino il problema. Quel modello, che nasceva a metà Ottocento, ha funzionato per anni. Vedi la lotta contro la sifilide, la tubercolosi, la polmonite. Oggi però la maggior parte delle patologie che ci colpiscono non hanno nulla a che fare con le malattie di quell’epoca. Inoltre abbiamo ben capito che il nostro corpo non è una macchina fatta di tanti pezzi. Noi siamo molto di più della somma delle parti, perché la biologia è interconnessa. I sistemi comunicano fra loro e si influenzano reciprocamente. Ogni organo, ogni apparato, ogni cellula, è dotata di interconnessioni con tutto il resto del corpo. Un esempio per tutti è l’intestino, un tempo considerato un “tubo”, oggi si è invece dimostrato essere un organo endocrino, immunitario, nervoso e psichico, in collegamento bidirezionale con il cervello».

La ricerca ha quindi permesso di capire che ognuno di noi è un insieme biologicamente complesso, influenzato dall’ambiente.

«Si, certamente. Ormai è chiaro -prosegue la dottoressa Marina Risi- che il vissuto della vita intrauterina, condizionato dallo stress e dall’alimentazione della madre, oltre che influenzato dall’ambiente esterno, ha un ruolo importantissimo per la salute del futuro adulto. E’ quindi importante vedere le persone in modo integrato, con la loro storia, il loro vissuto, i loro modelli culturali, oltre che con la loro storia clinica. E’ importante studiare la biologia dal punto di vista sistemico, in un’ottica PNEI, cioè alla luce della Psico neuro endocrino immunologia».

L’approccio olistico impone però l’interdisciplinarietà. Il singolo medico non è più in grado di dare tutte le risposte.

«Oggi -afferma la dottoressa Risi- abbiamo bisogno del lavoro di squadra. Per dare la giusta assistenza a un paziente, per una cura integrata, è fondamentale il dialogo fra specialisti. Diciamo che è necessaria la condivisione delle conoscenze e il rispetto delle competenze. Non è possibile fare i tuttologi».

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